Due volte l'ombra (Prima parte)

scritto da Diodata
Scritto Ieri • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 10 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Diodata
Autore del testo Diodata

Testo: Due volte l'ombra (Prima parte)
di Diodata

DUE VOLTE L’OMBRA (Prima parte)
I
Camminava con un’andatura falciante. Per una manciata di anni non gli era stato praticato il vaccino di Sabin.
Quando percorrevamo il viale alberato, diretto alla stazione, Pier Sante rimaneva dietro a tutti gli altri. L’avevo notato anche per il cappotto bianco a quadri vuoti e per i capelli neri, lunghi e ondulati come quelli di Che Guevara. Non aveva la prestanza di Silvagni o di Marescotti, ma era compreso nel gruppo dei liceali più in vista. Perché sapeva battere il pugno sul tavolo e contrapporsi a tutti i militanti di sinistra che indossavano l’eskimo e tenevano il Manifesto sotto il braccio.
Lui era MSI. E difendeva il ministro Bottai e il senso dello stato fascista. Gliel’aveva insegnato suo padre, maestro elementare.
Io e le mie compagne non prendevamo sul serio la sua sbandierata militanza politica. La consideravano una posa di sapore casereccio, un vessillo innalzato per richiamare l’attenzione, una presa di partito indotta da certe contingenze.
Io pensavo soprattutto al dramma della madre. Al dolore per quel figlio, bello e sfortunato, alla forza d’animo che s’imponeva.
La mamma di Pier Sante era stata una donna bellissima. Lo era ancora e si chiamava Rossana. Aveva un neo largo sulla guancia destra che per tutti serviva a sottolineare il suo fascino mentre lei, invece, credeva che segnasse un qualche disordine interiore o una condizione infausta, come mi venne confidato dopo.
Era stato in seguito a una brutta influenza che Pier Sante, bambino, si era indebolito e aveva preso a zoppicare. Il busto col tempo era diventato bello, però. Largo, grazie alle lezioni di nuoto che accompagnavano ogni estate di mare.

-Elargiturus, elargitura, elargiturum! - il cappotto bianco a quadri vuoti era fermo lungo il corridoio del treno davanti allo scompartimento delle femmine.
-Avanti, ragazze, donate qualcosa per la festa delle matricole!
Avevamo riso, ci eravamo guardate in faccia e poi le mani erano corse ai borsellini.
Io gli aveva lanciato uno sguardo civettuolo con i miei occhi verdi. Poi, la mia mano piccola aveva depositato nella sua grande cinquecento lire. Lui aveva accennato a un inchino dopo aver aperto l’arcata larga dei denti.
-Mi raccomando, vi aspettiamo a Villa Bolis! Ci sarà anche Alain Delon! -
-Ma va!!- a Cristina era venuto spontaneo il gesto di sfottò.
-Alain Delon forse no, ma Antonello Venditti sì! Vi piace Venditti? -
-Sì…abbastanza – aveva risposto qualcuna.
-E ci sarà anche la possibilità di fare il bagno in piscina. In notturna! -
-Con questo tempo? -
-Sì! Portate la pelliccia se avete freddo!!-
-Ehi, Pier Sante, lo sai che sei brillante!?- gli avevo detto.
-Maria Giovanna, scriverò una filastrocca con questo tuo primo verso! -
Avevamo continuato a ridere ignorando l’armonia del paesaggio ritagliato nei finestrini, i pioppeti e i filari, la preparazione dei campi alla semina dopo il finire dell’estate.
II
Mio padre faceva il saldatore. Io portavo stampate nella mente le sue giornate di scintille quotidiane. Lo stridere fastidioso dell’officina. Le bruciature nella tuta blu.
Mia madre mi aveva insegnato l’arte del ricamo. E, come una giovanetta d’altri tempi, mi applicavo al punto erba e al punto croce, passando i fili colorati attraverso la tela del tamburello.
Nella stanza a pianterreno, rischiarata da una finestra stretta, scatole di cartone foderate di velina si riempivano di asciugamani, tovaglioli, completini per neonati, lavorati al ricamo. Dopo le ore trascorse sui compiti, ero pronta ad aiutare mia madre. E la luce degli occhi si faceva fioca, come la lampadina da quaranta candele che rischiarava il vano dietro le imposte.
-Sei proprio fortunata, tu, – mi dicevano le clienti – ad avere una madre che provvederà al tuo corredo!
Fortunata non sapevo di esserlo. Vita modesta, costretta tra gli spigoli. Economie. Ossa e muscoli fragili. Solo volontà e tenacia.
Studiare le pagine per intero, didascalie comprese, ripetere la lezione fino allo sfinimento, consultare le più brave della classe. Comprare libri usati e rivenderli.
Mi ero laureata con la lode.
Ero finita ad Asiago per le mie prime supplenze, il paese di mio padre.
Alloggiavo presso una zia che risparmiava nella corrente elettrica. L’unico rimedio al freddo dei pomeriggi invernali era mettersi sotto le coperte a preparare la lezione e correggere i compiti. I fogli protocollo scivolavano sul pavimento quando cambiavo la posizione alle gambe indolenzite.
L’armadio lucido, in radica di noce, mi apriva un battente ai piedi del letto. Io mi alzavo per chiuderlo inserendo un legnetto nella fessura ma, prima, vi guardavo dentro, osservavo l’alloggio caldo delle assi. Avrei voluto chiudermi con una lucina piccola in quel guscio di noce, dimenticare la stanza fredda e mal ammobiliata che avevo intorno.
Ad Asiago mi chiamavano “la tosa”.
E tosa lo ero per davvero, anche per l’aspetto, il fare dimesso e un po’ impacciato dentro il loden abbondante, la sciarpa gialla, lunga, confezionata da mia madre.
Avevo in mente i film Luce. In bianco e nero. Asiago era i contadini vestiti da soldati dietro le mitragliatrici, dentro le trincee. Era i bombardamenti. La musica triste come la voce dello speaker.
Ma i contadini adesso la mettevano in museo la Grande Guerra. Adesso Asiago era le latterie, il turismo degli sci. Era il centro più importante dei sette comuni.
Col recente passato alle spalle.
Che non stava nella testa degli studenti. Che pensavano alle discoteche, alle ragazze e agli schei.
Venne un padre a sentire del figlio. Era guardia giurata e si presentò con la cartucciera e la fondina.
-Come va? -
-Non sa la grammatica. Fa troppi errori! -
Inarcò la schiena, aggettò la pancia.
-Ostrega! -
La mano scivolò sul fianco destro. Sembrava uno sceriffo del west. Forse mi voleva impressionare, per spacconeria.
III
Mi ammalai. Ero tornata da Asiago che mi faceva male la schiena. Il freddo mi si era messo nelle ossa, nella colonna vertebrale che accennava a una esse. Una scapola mi doleva.
-Facciamo una visita dall’ortopedico – affermò mia madre.
Pier Sante prestava servizio nel reparto. Mi visitò.
-Eh, certo, la posizione viziata in cui hai tenuto la schiena e l’umidità non ti hanno certo giovato.!
- E allora, dottore, che cosa si può fare? - chiedeva mia madre ansiosa.
-Dovresti passare l’estate al mare a bruciarti la schiena… nel frattempo, però, un po’ di massaggi non andrebbero male! - rispose Pier Sante guardando me che tacevo pensierosa.
- Va bene! – fece mia madre- a chi ci rivolgiamo?
- A un fisioterapista – asserì Pier Sante- ma, se volete, posso farli io. Sto prendendo il diploma!
- Grazie, dottore! Dove? Qui, in ospedale? -
- No, a domicilio-
Veniva due volte la settimana. Lo accoglievamo nella stanza dove c’erano le scatole di cartone con la biancheria ricamata. Io mi sdraiavo prona sul tavolo al centro. Mia madre presenziava in un angolo col tombolo sulle ginocchia.
Pier Sante, come una gru, si issava sulla gamba buona e faceva forza. Poi spargeva un po’ di polvere bianca perché le mani scivolassero agili sulla mia pelle.
Aveva un tocco leggero.
Quei massaggi furono un balsamo. Il male alla schiena sparì.
Ma in seguito non volli più continuare a insegnare. Troppa fatica. Troppe energie da investire per misere soddisfazioni e altrettante prospettive.
- A quelli non interessa né la storia né la letteratura. Vivono nell’età degli affetti e non è facile intercettare il loro linguaggio-dicevo a mia madre.
Mi ero convinta che non mi sarebbe dispiaciuto fare l’impiegata alle Poste. Niente compiti da correggere o lezioni da preparare e il sistema nervoso messo al riparo da certi attacchi impertinenti . E poi, se fossi rimasta in zona, avrei avuto più di un’occasione per incontrare Pier Sante. Era simpatico e per lui animavo un atteggiamento quasi protettivo. Il suo timore di venire respinto per via della poliomielite mi commuoveva.
Pensavo che mi sarei adattata volentieri al suo carattere perché ritenevo che meritasse più di altri la felicità.
Così lo incoraggiai, lo incoraggiai molto. E ci sposammo.
IV
Era una domenica mattina. La camionetta di Raffaele, un collega anestesista, venne a prendere Pier Sante sotto casa. C’era anche Lovati, il vecchio veterinario.
Dovevano percorrere la Montanara e raggiungere Castel del Rio. Lovati ci teneva a mostrare dei vecchi fucili che erano custoditi nella soffitta di un casolare abbandonato.
Pier Sante aveva il porto d’armi e collezionava fucili di un certo pregio, ereditati dal nonno. Antichi, con incisioni all’altezza del grilletto e della pietra focaia. Possedeva anche delle carabine, delle Berretta di diverso calibro, una spingarda usata dai cacciatori del Po, un winchester e una Smith e Wesson.
Era autunno, il fogliame del bosco si era tinto di colore infuocato. Una giornata ottobrina, malinconicamente dolce come lo è il suono del flauto traverso.
Alcuni fucili, utilizzati dai partigiani o dagli sbandati rifugiati sull’Appennino, erano stati nascosti in una nicchia ricavata sotto il pavimento di una casa da contadini, posta in una zona isolata tra i monti. Erano ormai dei vecchi ferri ossidati, privi di un valore intrinseco.
Il veterinario, però, era molto eccitato alla prospettiva di mostrare a Pier Sante anche lo sten, perché sapeva che il padre, il maestro elementare, ne aveva parlato al figlio.
Raffaele mi raccontò che, quando ebbero risistemato le armi nella nicchia, a Lovati venne voglia di andare a raccogliere le castagne scendendo lungo il pendio.
-È un’annata d’oro – disse – i marroni sono belli grossi!
- Zuvnòt! Me a stégh cun Sante! (Giovanotto! Io sto con Sante!) – affermò Raffaele.
Il dottore si avviò con un bastone trovato nella legnaia, cantilenando: “Vi presento il prode Vicchi, mangiatore di radicchi …Egli sta a Castel del Rio, il paese suo natio…”
Pier Sante e Raffaele si spinsero verso l’estremità del poggio. Nell’erba c’era la guazza mattinale e qualche foglia secca.
Sulle nubi, che si addensavano in cielo, si stagliò un piccolo stormo di beccaccini.
Pier Sante istintivamente fece l’atto di imbracciare il fucile. Si sbilanciò di poco sul terreno sconnesso ma perse l’equilibrio. L’arto sottilissimo si piegò. Il resto del corpo lo seguì simile a un sacco inerte senza che Raffaele potesse impedirlo. Cominciò a rotolare lungo la china schiacciando sterpaglia e foglie.
-Pier Sante!!!
Raffaele si buttò lungo la traccia lasciata dal corpo, che continuava a rotolare, gridando disperato e chiamando Lovati.
Il veterinario fece dietro front e riuscì a raggiungere i due abbastanza velocemente.
Gli arti di Pier Sante si erano piegati come fossero snodabili e la testa aveva sbattuto contro una ceppaia.
Fu avvisato il Pronto Soccorso. Attesero l’elicottero accanto al corpo di mio marito disteso ai piedi di un cerro.
Luigi aveva un anno e per fortuna io potevo contare ancora sull’aiuto dei miei genitori.
V
Era appoggiata sul bancone. Già consumata dall’usura con le impunture di cuoio che cedevano in diversi punti. Graffiata lungo i bordi e con la tracolla stinta. Un lavoro artigianale forse realizzato dal proprietario stesso.
-Ma di chi è? – chiesi io mentre entravo in ufficio per il turno pomeridiano. Quella borsa di cuoio, quella bisaccia marrone mi aveva dato un inspiegabile tuffo al cuore.
Era giugno inoltrato, il caldo faceva scorrere il sudore sotto la tela spessa dei jeans. Dopo la pedalata, ne sentivo il bagno.
-E’ la borsa del nuovo portalettere – mi rispose Mara, sistemando nell’album i francobolli nuovi appena arrivati con l’ultimo corriere.
-Ah sì?! – feci sentendomi stranamente frivola – E che tipo è?
-Boh…- Mara portò alle labbra la punta laccata dell’unghia rotta- Non so…magro, magro mi è sembrato.
Aprii la porta che dava all’interno, nella zona riservata agli impiegati, e appesi la borsa lavorata all’uncinetto al piccolo attaccapanni posto all’angolo.
-Come è andata con le pensioni? –chiesi rivolgendosi sempre a Mara.
-Al solito… – fece la collega- un’anziana non poteva aspettare che io siglassi, un’altra mi ha chiesto di ricontare per ben tre volte…-
- Ih! Quando si comportano così…
- E pensare che tu avresti potuto evitare tutto ciò… con la tua laurea...- e Mara mi guardò sbattendo gli occhioni incorniciati dalle ciglia nerissime allungate col rimmel.
La ricambiai con uno sguardo incupito. Il sorriso mi si smorzò sotto la sferzata inattesa del ricordo.
Entrò Gino con il sacco della posta.
-Ragazze, ecco qua… tutta roba per voi! – e depositò sulla bilancia l’ingombro prima di mandare un bacio a Mara con la punta dell’indice mozzato.
Nel frattempo era arrivata anche Paola, l’aria di quella che aveva bisogno di un sonnellino per rimettersi in sesto. Indossava la solita gonna blu e una camicetta a fiori in fibra sintetica che con quel caldo diffondeva un odore acre.
Occupò il solito posto e iniziò a smistare, secondo le varie forme di spedizione, il considerevole numero di lettere e pacchi.
Avevo frequentato un corso di informatica. Assieme al direttore ero l’unica che sapeva entrare in rete. Grazie al sistema, potevo seguire il percorso di una assicurata fino a destinazione, ricavare i Cap nel giro di pochi secondi. Le mie dita, già abituate alle vecchie Olivetti, digitavano veloci la tastiera. Erano competenze che mi collocavano al di sopra degli altri impiegati di cui forse suscitavo qualche piccola invidia.
Paola, invece, aveva lasciato perdere. Le era bastata l’umiliazione subita in una prova di concorso: dopo che, nella fretta, non si era accorta che stava battendo il testo sul carrello, preferiva i lavori di manovalanza a quelli che richiedevano maggiore concentrazione.
Mi diedi a inserire i codici. Quando sollevavo il capo dalle schermate, il mio occhio cadeva sulla bisaccia che qualcuno aveva accantonato verso il muro per lasciare più sgombro il piano del bancone.
Sì, era molto simile a quella. Che avevo comprato dal fratello di una compagna di scuola. Sergio. Un ragazzo timidissimo. Chiuso in casa a lavorare il cuoio.
Era stata ideata su mezza sagoma di chitarra.
Assemblate le parti con un laccio di pelle che passava da foro a foro come nelle scarpe.
Incise le Pleiadi in corrispondenza della apertura.
Gli avevo detto che era bellissima. Mi aveva detto che condivideva la solitudine brumosa dei campi tra i filari di vite dove potava i tralci.
La sorella mi aveva guardata riconoscente. Forse con qualche intenzione allusiva. Ma a me non piaceva quella pertica di corpo, il viso bianco e la bocca muta. L’avevo liquidato con l’assenza di sguardi.
Mi era rimasta la borsa, però.
Un fondo di chitarra, tondo e duro.
Due volte l'ombra (Prima parte) testo di Diodata
3

Suggeriti da Diodata


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Diodata